QUI la prima parte del racconto

Sei e trenta di mattina. Il sole, tiepido, faceva capolino dal mare, iniziando, piano piano, a scaldare le strade, le vie, le case. Irene, lentamente, fece colazione, si vestì. I ritmi erano così lenti che sembrava quasi di vivere in una moviola, con gesti sinuosi e ripetitivi. Ma di ripetitivo, in quella mattina, c’erano solo i gesti della preparazione. Tutto era diverso. Tutto dentro Irene era diverso. Erano anni, anni per davvero, che non affrontava un grande viaggio, oltre al fatto che la chiamata della zia dell’altro giorno l’aveva letteralmente sconvolta. Non si capacitava. Non comprendeva. Questo testamento, questa fretta di dover salire su, di dover leggere, prendere decisioni. Perchè?

Uscì di casa, salutò Elisa. Non volle farsi accompagnare in autostazione. Non voleva vedere il suo viso mentre era seduta , allontanarsi col bus che correva, guardando da un finestrino. No, non voleva salutarla in quel modo. Nonostante Elisa provò in tutti i modi e in tutte le maniere a convincerla, niente, Irene ripeteva : ” No, Elì, no! Voglio abbracciarti qui, dirti ciao qui, davanti casa tua, la nostra strada. Non in autostazione. No”. Quell’abbraccio, quel saluto, durò dieci minuti. Ma dieci minuti di orologio. Vi siete mai abbracciati, senza parlare per dieci minuti? Non credo. Solitamente, gli abbracci durano secondi. Se proprio sono abbracci immensi, forti, possono durare un paio di minuti. Ma dai, dieci minuti, è una vita. In effetti, era la loro, di vita,che si stringeva, una con l’altra. Elisa e Irene stavano assieme da 7 anni. Il loro non era solo amore, che già un amore così intenso è una roba meravigliosa, il loro è un intreccio di passioni, di contaminazioni, di sostegno, di sogni e supporto. Erano come vitigni. Una faceva il palo, il sostegno, l’altra la vite, il frutto. E viceversa. Alternandosi. Non esisteva l’una senza l’altra. Si abbracciarono, si strinsero. Lentamente, si mescolarono i loro profumi. E ancora. Forte. ” Stai attenta, stai attenta e fammi sapere. Soprattutto, sai, che ci sono. Per qualsiasi cosa. Ci sono”.

Al terminal dei bus c’era poca gente. Una coppia di signori anziani, un gruppetto di ragazzini e una donna con un grosso cane. E lei. Si accese una sigaretta. Guardò il telefono, c’era un messaggio. ” Via Delle Palme 27, Citofono Marica. E’ il terzo piano. Ti aspetto. Zia Antonella”. Batteva forte, il suo cuore. Tanti pensieri, tante cose che, nuovamente, affioravano in superficie. Cose di bimba, di quando era davvero piccola, che pensava di aver in qualche modo superato. E invece no.

Irene era orfana, non dalla nascita. Non da sempre. Il papà era morto quando lei aveva solo 9 anni. Un brutto incidente d’auto. La madre, morì quando lei aveva 14 anni, per colpa di un tumore bastardo che la stroncò in pochi mesi. Così Irene, crebbe con l’aiuto della nonna materna, frequentando le scuole in un paese vicino a quella dove era nata. Dopo il diploma trovò lavoro nel bar del paese, e si innamorò di quel posto. Conosceva tutti, amava stare lì, era diventato il suo luogo sicuro, protetto. Negli anni aveva coltivato la passione della lettura e divorava libri a più non posso. Il suo legame con il mare si faceva sempre più forte, più intenso, tanto che a 20 anni, decise di affittarsi un appartamento. Proprio con vista mare. Poi venne l’impegno ambientalista, le lotte contro il cementificatore D’Ambrosio, l’amore per la natura, i gatti. La nonna, alla bella età di 92 anni, morì. Fu un periodo triste per Irene, che amava sua nonna alla follia. Conobbe in quelle settimane Elisa, che era venuta ad abitare lì da Roma, con la famiglia. Poco dopo si innamorarono. E mentre era lì, ad aspettare questo benedetto bus, tutta la sua vita le scorreva nelle vene come un fluido magico, facendole ricordare momenti, attimi, vissuti. Non era triste, piuttosto era malinconica.

Finalmente il bus arrivò, salì e si mise comoda nei sedili di dietro. Il viaggio era lungo e voleva provare a riposare. Si mise le sue cuffiette solite, e scelse il brano. Radiohead, Exit Music.

Radiohead – Exit Music

A Bologna dovette cambiare bus, scese e risalì nuovamente. Ma stavolta il pullman era pieno. Trovò posto affianco ad un ragazzo. Lui, gentile, le chiese se volesse sedersi sul lato finestrino. ” Davvero? Grazie, volentieri. E’ un viaggio strano, il mio e ho ancora un bel pò di ore di strada” . ” Ti capisco, io viaggio da 18 ore. ” Si guardarono, fisso negli occhi. Entrambi si riconobbero. Entrambi avevano dentro lo stesso impeto, una storia comune. Sembrava quasi si annusassero come cani, per riconoscersi. Negli occhi di entrambi c’era qualcosa di strano, un passato che stava per raffiorare, un presente di cambiamenti, un futuro pieno di incertezze. Si presentarono. ” Piacere, Irene!” ” Piacere mio, sono Dara”.

Dara veniva dalla Cambogia, aveva fatto un lungo viaggio per arrivare in Italia. Stava andando anche lui a Torino.

Dara in lingua Khmer significa “stella”, e può essere utilizzato sia per gli uomini che per le donne. Il nome Irene ha invece origine greca, significa “pace” .

Il loro ritrovarsi fu casuale, entrambi su un bus diretto nella stessa città. Ma non sapevano una cosa, però : il loro incontro stava per unirli, per renderli parte comune di un qualcosa di più grande. Come tutte le storie, anche questa, stava per esplodere.




1 commento

Filastrocca della dignità – III Parte – · 30 Maggio 2019 alle 10:16

[…] QUI la seconda parte del racconto […]

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