QUI la prima parte del racconto

QUI la seconda parte del racconto

Parlarono, parlarono, parlarono e parlarono. Senza sosta, senza mai smettere per un solo attimo. Rispettavano i turni, si ascoltavano, chiedevano. Poi riniziavano a parlare di sè, con pacatezza ma con grande desiderio. Come se non mangiassero da settimane e avessero una gran fame, una fame enorme, quasi insaziabile. Il viaggio di ore si tramutò magicamente in un baleno.

Irene era felice, parlava, si raccontava, scavava a fondo nei suoi meandri e aveva trovato in Dara un ascoltatore eccezionale, seppur non conoscendolo, sentiva dentro un incalzante voglia di aprirsi. Le faceva bene, in fondo, ne aveva un gran bisogno. E allora, partendo da quella chiamata, parlò della sua infanzia, della sua fanciullezza, dei genitori, degli amici, dell’amore per il mare, per la natura, delle sue lotte al paese, della sua compagna Elisa. Dara ascoltava estasiato, domandava, interveniva, tutto in maniera fluida e spontanea. E quando toccava a lui, si sentì, forse , per la prima volta emozionato a raccontare la sua storia. Nato in Cambogia, in un piccolo paesino distante centinaia di chilometri dalla capitale, adagiato sul mare, aveva conosciuto per poco tempo papà e mamma. Entrambi morti sotto un crollo mentre scavavano per trovare zirconi e gemme nella miniera di Bokeo. In verità Dara, non ricorda nulla di loro e tutto quello che sa, proviene dai racconti di altre persone, perchè Dara dopo la morte dei genitori, poveri, minatori, era stato adottato, quando aveva due anni, da una coppia di pescatori. Era cresciuto con loro, imparando i ritmi del mare, a cucire le reti da pesca e riparare barche in legno, studiando fino all’età di 18 anni, quando anche i genitori adottivi, molto anziani morirono. Si ritrovò solo e pieno di dubbi, perplessità, paure, incognite. Una sera trovò nel fondo del cassetto dei genitori adottivi dei fogli ingialliti, dei documenti vecchi, con dei nomi che non conosceva, europei, francesi, italiani. Si fece tradurre quei fogli, e scoprì che i genitori, quando estraevano minerali, mandavano dei soldi mensilmente ad un conto corrente intestato a un nome in Francia. E basta. Non c’era nient’altro. Provò a informarsi di più ma nulla. Sapeva solo di un nome, un conto ormai chiuso da tempo, un luogo di un paesino tra la Francia e l’Italia. Ed è lì, in quel momento di confusione, solitudine, smarrimento, che decise di partire. Un lungo viaggio, difficile, attraversando l’Asia fino in Turchia, passare tra mille peripezie, confini e nazioni. Estenuante, fino in Grecia, dove si imbarcò per una nave diretta in Italia, sbarcando in Puglia. E ancora da lì un bus che lo avrebbe portato a Torino. E da Torino poi, in Francia. La storia di Dara era così affascinante, triste ma misteriosa, piena di avventure desolate, che per Irene, era impossibile non ascoltarla con trasporto. Parlarono del loro futuro, dei loro sogni, della difficoltà di entrambi di collocarsi in un mondo pazzesco, che correva a folle velocità. Il lavoro in miniera in Cambogia era una merda, ore e ore al buio, a scavare, a mani nude o con attrezzature fatiscenti, per un misero salario. La costa abruzzese, e soprattutto il tratto di mare dove Irene viveva, era da anni sotto attacco di multinazionali del petrolio, del turismo, che volevano trasformare tutto, prendere tutto , in nome di profitti e guadagni, distruggendo comunità, paesini ed ecosistemi già fragili.

Il viaggio gli aveva catturati. Quei fiumi di parole scambiati l’un l’altro avevano il sapore di vita.

Torino. Si scende. Nemmeno si erano accorti di essere giunti in città. Furono gli ultimi a scendere, lentamente, continuando a parlare a guardarsi. In quelle ore qualcosa in loro era scattato. Irene doveva raggiungere la Zia, Dara aveva una coincidenza, l’ennesimo bus. Dovevano salutarsi, dovevano farlo. Ma non volevano. ” Dara prendi il mio numero, per favore. Sentiamoci, chiamami appena arrivi!” ” Irene, appena sai qualcosa di questo testamento, fammi sapere, ti prego e vedrai che andrà tutto bene”. Si abbracciarono così forte, così intensamente che se fosse passato da lì un regista di film, avrebbe potuto girare la scena perfetta. Legame. Così si chiama, questo avevano creato. E lo sapevano.

Irene chiamò la zia: ” Zia, ci sono, sono arrivata. Tra poco sarò a casa”.

Salì le scale del palazzo con la testa piena di mille paure. Uno scalino, poi un altro, e ancora uno, e ancora. Piano. Lentamente. Con calma. Suonò. E la zia che non vedeva da anni si palesò davanti ai suoi occhi, con le rughe e un sorriso malinconico. Dopo aver trascorso mezz’ora sedute attorno al tavolo, con tante frasi di convenevoli, dopo le condoglianze, le domande sul come stesse, Irene balzò in piedi ” Zia, perchè sono qui? Cosa è successo? Cosa devi mostrarmi?”

Si guardarono. La zia andò in salotto e prese un faldone. Senza parlare, cacciò fuori dei fogli. Ne prese due e gli diede nelle mani di Irene. Sapeva che quei fogli pesavano come macigni e che andavano letti in fretta. Il cuore batteva veloce. Per un millesimo di secondo pensò alla storia di Dara, alla fatica delle minatori, al suo amore per il mare e per la libertà, ai suoi genitori, all’Asia, al fatto che era la prima volta dopo tanti anni che aveva viaggiato così lontano dalla sua terra. A tutto ciò. Fulmineamente. Tutto assieme. Perchè quando c’è in gioco il cuore , il tuo cuore, le sfumature vanno a farsi fottere e si vive sempre tutto al massimo.

E poi lesse tutto d’un fiato, alzò lo sguardo verso Zia Antonella e disse : ” E ora?”.


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *