C’era una volta.

Non ci crederete, ma è una vita che volevo cominciare una storia, un racconto con il c’era una volta. Mi fa tornare indietro di anni, quando da bimbo, amavo leggere favole e ascoltare fiabe e mi perdevo completamente nelle battaglie dei reami o negli amori delle principesse e dei principi, nella vita quotidiana di animali fantastici o nelle magie di stregoni e fate.

Beh, comunque, c’era una volta, in un paesino di qualche centinaia di anime, adagiato sulla costa adriatica abruzzese, una ragazza di nome Irene, bella, bellissima, con i capelli rossi lunghi, centinaia di lentiggini sul corpo, occhioni verdi e tanti sogni nel cassetto. Lavorava in un bar del paese, era innamoratissima della sua compagna, Elisa, e aveva 3 gatte a casa. Conosceva tutti e tutte, in paese, e tutti conoscevano Irene. Leggeva libri su libri, ascoltava tanta musica ed era testarda come un mulo ( che poi siamo sicuri che non esistano altri animali più testardi dei muli, che ‘sti poveri asinelli, sono sempre utilizzati a mò di paragone per descrivere persone testarde.. vabbè, questa è un’altra storia, mi sà..). Assieme alle sue amiche e ai suoi amici aveva fondato un’associazione che si occupava di tutelare il pezzetto di mare del suo paesello, per difendere il suo territorio dalle devastazioni di alcune aziende che avevano posato gli occhi su quel bellissimo angolo di terra.

Gli anni passavano inesorabili, Irene cresceva, forte, fiera. Libera. Quando aveva compiuto da poco trentuno anni, una sera di fine estate, ricevette una chiamata a casa. ” Pronto, Irene? Sono Zia Antonella, come stai? Disturbo?” Dall’altro capo del telefono c’era una vecchia zia vedova, terza sorella della mamma, di cui Irene aveva pochi ricordi, che viveva in una grande città del Nord. Dopo qualche scambio di convenevoli, la zia , seriamente iniziò un lungo discorso ” Irene, forse tu non ti ricordi perchè eri piccola, ma la mamma di tuo zio, malata da tanti anni è mancata ieri..” ” Ma si che ricordo zia, era una donna così dolce e gentile con me, cavolo, mi spiace così tanto..” ” Aspetta aspetta, Ire. Ti dicevo, era malata da tempo, ed io mi prendevo cura di lei, l’aiutavo a casa, la portavo in ospedale a fare le visite. Qualche mese fa mi chiese di aiutarla a scrivere una sorta di testamento. In questa lettera ci sei anche te. Dovresti venire a leggerla. E’ importante. Molto importante. Puoi partire domani?”. Irene rimase qualche secondo in silenzio, frastornata dal tono della zia, da quello che aveva appena sentito. Riprese a respirare, e con voce un pò titubante disse alla zia che, certo, sarebbe partita. Non domani, doveva avvertire il lavoro, cercarsi un bus, un treno e prepararsi lo zaino. Si salutarono. Irene rimase immobile per qualche minuto.

Ma cosa vuole da me Zia Antonella? Non la sento da anni, e mò ricompare così all’improvviso. E perchè proprio io?

Chiamò subito al bar, spiegò la situazione e riuscì a prendersi tre giorni liberi. Uscì di casa, camminò per qualche minuto sù e giù per la via chiudendo e stringendo forte i pugni. Quando era nervosa o arrabbiata, non riusciva a stare ferma. Sbuffava, camminava svelta. Pensava.

Ma come ha fatto, poi, ad avere il mio numero di telefono?

Suonò il campanello di Elisa. Appena aprì la porta , le saltò addosso aggrappandosi al collo e le diede un bacio fortissimo sulle labbra, talmente forte che Elisa cadde a culo a terra. E con lei Irene.” Ma sei impazzita Irè? Che vuol dire sta cosa?” ” Dobbiamo parlare..” Si rialzarono, e uscirono. Si diressero in piazzetta. A quell’ora erano tutti a casa, a cena e la piazzetta era deserta.

Irene fece un balzo e salì sul muretto in bilico sulla spiaggia. Come in un comizio iniziò un flusso di coscienza impetuoso. ” Cioè, ma ti rendi conto Elisa? Non ti fai sentire da decenni, mi chiami, mi dici che è mancata la mamma di zio Roberto e che c’è una lettera, un testamento per me, che devo salire subito e io come dovrei reagire? Cioè, io non posso fermare il tempo, prendere un bus, andare fin lassù così. E poi l’associazione, noi dopodomani abbiamo l’iniziativa in comune. No no, io adesso la richiamo e le dico che se vuole mi scannerizza la lettera e me la leggo quà. Ma poi, testamento di che?..” Elisa la bloccò. Non stava capendo nulla. La fece scendere dal muretto e l’abbracciò forte. ” Ora ti rilassi e mi spieghi tutto con calma, piano, lentamente. Che qualsiasi cosa sia, di qualsiasi cosa si tratti, puoi riuscirci senza problemi. Vedrai..”

Passarono tutta la notte a parlare. Tutta.

Il giorno dopo Irene andò al bar dove lavorava e spiegò meglio al titolare il tutto. Si fece aiutare a cercare un biglietto economico per un bus, che in 10 ore l’avrebbe scarrozzata fin sù dalla zia. Preparò uno zaino con un po di cose, salutò tutti come se dovesse partire per il giro del mondo.

La verità è che era uscita pochissimo dal suo paese. Si, da bimba, con i genitori, aveva fatto dei viaggi, ma aveva ricordi poco nitidi. Amava talmente tanto la sua terra che aveva trascorso gran parte del suo tempo lì, dall’adolescenza fino ad oggi, in quei territori chiusi tra mare e montagne. Era felice, aveva degli amici a cui voleva un bene viscerale, una fidanzata che amava, le sue gatte, l’associazione, le sue idee per il paese. Non sentiva il bisogno, nè la necessita di andare altrove.

Arrivò il giorno della partenza. Tutto era pronto. Non sapeva che quel viaggio, questa storia, l’avrebbero cambiata per tutta la vita.


2 commenti

Michela · 18 Maggio 2019 alle 16:53

Sono curiosissima di sapere come continua 🙂

Filastrocca della dignità | II Parte | · 21 Maggio 2019 alle 11:43

[…] QUI la prima parte del racconto […]

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