Un mese.

Sono partito dall’Italia il 5 Dicembre 2019 e sono atterrato a Buenos Aires il 6 Dicembre 2019 con un biglietto di sola andata.
Ho visitato decine di città, Buenos Aires in primis, Rosario, Puerto Iguazu e le sue Cascate, Conception dell’Uruguay, Villa Elisa, Colon, Ushuaia, Calafate con il suo Ghiacciaio Perito Moreno, El Chalten, San Carlos de Bariloche e Mendoza. Ho dormito in ostelli, case, bus, hotel. Macinato migliaia di km in un Paese enorme, grande quanto l’Europa, conosciuto decine di persone, incontrato centinaia di vite. Ormai il mio spagnolo è diventato fluido, e cambio lingua come se niente fosse, dall’italiano all’inglese, dall’inglese allo spagnolo. Ho attraversato climi diversi, freddo, pioggia, caldo ricercando sempre quel tocco di libertà in tutto ciò che mi attraversava.

Un mese di prenotazioni in ostello all’ultimo secondo, con la certezza di avere un tetto solo qualche minuto prima di arrivare nel luogo scelto, senza un itinerario fisso. Condividere tutti gli spazi, dormire in letti a castello spesso scomodi e traballanti, in camerata da 8 o 10 letti, dove sempre c’è qualcuno che russa e non ti fa dormire. Inventarsi mille modi per farsi una doccia, portandoti con te in bagno un sacco pieno di vestiti, ricambi. Non essere mai soli quando in verità vorresti solo un po di intimità. Condividere chiacchiere, speranze, sogni con tutti. Diventi amico in un attimo e dopo qualche giorno sei già a dire arrivederci. Dormire 4 ore al giorno diventa la routine.

E poi le empanadas e i superpancho che sono diventate le mie due ancore di salvezza, economicamente sostenibili e talmente buone che ho sviluppato una certa dipendenza. Per non parlare di questa cavolo di acqua saporizzata che hanno qui, al sapore di Pomelo. Non posso più farne a meno.

Un mese di sorrisi veri, risate forti, sbronze collettive e pianti sinceri. Un mese di vite che ho affrontato. Spesso dure e difficili. Altre praticamente incomprensibili. Chiedendomi spesso perché proprio io. Perché, io si, sono fortunato ad avere sul passaporto questa nazionalità italiana, ma viaggiando qui in Argentina, incontri persone e osservi situazioni che ti sbattono di fronte la cruda realtà. Dura e tosta per davvero. E capisci che noi siamo solo una piccola minoranza di privilegiati.

Mi sono commosso con le Madres de Plaza De Mayo, ho ammirato lo spirito selvaggio della Patagonia, la forza dirompente del Perito Moreno, mi sono innamorato dei pinguini.

Un mese in cui le certezze che ho scompaiono poco a poco per fare spazio a curiosità, incognite e piccole gioie quotidiane. Perché siamo talmente abituati a tutto che quando questo tutto manca, anche le piccole cose diventano enormi momenti di felicità. Un mese in cui ho camminato talmente tanto, su strade, su sentieri, su campi e montagne, che ormai i miei piedi sono diventati come due pattini umani. Scivolano e vanno in autonomia. Un mese in cui mi sono messo alla prova innumerevoli volte, in cui ho avuto paura, in cui spesso ho sentito la solitudine. Perché il viaggio non è una cartolina di un villaggio turistico. Perché il viaggio è la fotografia reale di un piccolo pezzo di vita. Un mese con il mio zaino sulle spalle, compagno di avventure e sventure, un po casa e un po contenitore di storie.
Ho capito che ci sarà sempre qualcuno che ti dirà che potevi fare di più, che potevi visitare questo o quel luogo, che potevi stare più o meno tempo, ci sarà sempre qualcuno che ti dirà che ciò che hai visto o fatto non ne valeva la pena. E ho, quindi, capito che sono io a decidere la mia rotta, la mia strada. A seguire i miei ritmi e i miei desideri. Che in fondo non è così importante dove vai, ma come ci vai.


In un mese di viaggio me ne sono successe tante, come quella volta a Calafate che siamo rimasti per due giorni senza acqua, per un danno ad una centralina una intera città ne è rimasta senza, come quando persi il bus per Buenos Aires perché non avevo capito un tubo di dove partiva il bus, come quando a Iguazu i koapi mi hanno rubato il pranzo, o quella volta che a Rosario ho conosciuto la signora Mercedes della panetteria di fronte al mio ostello che voleva sposarmi e ormai era quasi fatta, e quella volta che a Villa Elisa ho ballato la Cumbia nel bel mezzo di una festa di paese con con decine di argentini che mi abbracciavano come se fossi un loro fratello. E poi le infinite discussioni di politica, calcio. E il Fernet con Coca Cola e tutte le volte che mi sono dovuto ingegnare per prelevare soldi.


Il primo mese è volato e me ne aspettano ancora altri sei o sette o chissà. In altri paesi del Latino America.
E voglio seguire, come dicono qui, una buona onda. La mia onda. Che per me che amo il mare, è una cosa bellissima, inseguire le onde, come si faceva da bambino. Senza organizzare, che tanto in viaggio i piani di sfasciano sempre. E lento, piano, senza fretta. Perché questo viaggio, lo so, mi cambierà la vita.


In tutto questo, c’è sempre tanto amore, ci sono sempre tanti viaggi e soprattutto c’è sempre tanta dignità.
Ed è davvero una storia di amore, viaggi e dignità. Questo Latinoamerica.

[TUTTE LE FOTO SU INSTAGRAM E FACEBOOK]


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *