Sono arrivato quasi timoroso, ma eccitato. Mi sono fermato davanti la stazione, illuminata. L’otto alle otto. Non avrei dovuto, lo so. Non sarei dovuto tornare lì, dove ci vedemmo quella prima volta.
Ma quante cose ho fatto di peggiori, quante ne hai fatte tu, quante. Ecchisenefrega allora di quello che avrei dovuto fare stanotte o quello che non avrei dovuto fare. L’ho fatto.

Ora tutto però è diverso.

La stazione è scoperta, nessun lavoro in corso, nessun telo a coprire la facciata. Il punto informativo è spostato. Non è un box spartano e semplice come era quattro anni fa, ma quasi un’opera d’arte minimalista, squadrata, forse fredda. Le persone vanno e vengono. Davanti a me due ragazzi sorseggiano una birra, prima di partire per lavorare. Riders. Quello fanno, con i loro maxiborsoni colorati a consegnare cibo per la città. Senza quasi diritti. Senza tempo.

Prima.

I bus si fermavano davanti a me, scaricando gente e caricandone altrettanta. Un loop infinito. Guardo l’orologio. Mancano due minuti alle 20.00. Tu arrivi poco dopo. Bicicletta alla mano. E ti guardo. Quasi svengo dalla tua bellezza. Quella bellezza disarmante che ti soffoca il respiro ma che ti apre gli occhi, te li spalanca. Camminiamo, parliamo, camminiamo, parliamo. Il tuo sorriso è qualcosa di inebriante, magnetico, sottile. Come quando apri l’armadio, prendi in mano una giacca che non prendevi da tempo, e ficcando la mano nella tasca, trovi un pezzo da venti euro. Inaspettato.

Ora.

Guardo l’orologio. I bus sono diversi, hanno cambiato ditta, sembrano più moderni. In verità bruciano lo stesso, ma si sono rifatti belli. Ma tu non non ci sei, non ti vedo. O almeno non ti vedo qui fuori, in strada. Perché invece dentro, ci sei eccome. L’amore è indissolubile, infinito. E io mi sento un idiota, un povero coglione che con te ha sbagliato tutte le mosse, e ora che è lo scacco matto è stato dichiarato, non mi rimane che osservare dolorante la scacchiera. Torno a casa. Mi fermo a prendere un gelato. Mi siedo nel parchetto. E ripenso a quanto ci siamo amati, distrutti, ricostruiti,stretti, abbattuti.

Il gioco del prima e ora lo finisco così, cara amata nell’amore mai domo.

Perché nel cielo della notte è facile guardare la luce, tutto attorno è buio e ogni barlume di splendore ti indica una strada, una rotta. Ma nel cielo illuminato è più arduo individuare sciie precise, sentieri, indizi. E tu sei stato, e sei il mio indizio più grande, il mio sentiero adorato, colei che innalza la bellezza in meraviglia. Tutto ciò che ora ho dentro, mia amata nell’amore mai domo, l’ho vissuto accanto a te.

Il problema è che io sono un’orca e tu una pinguina. Questo amore non s’aveva da fare. Hai mai visto una pinguina che si fidanza con un’orca?

I giorni passarono e le nostre due specie impararono a prendersi le misure, a volersi bene. E allora le notti trascorse assieme a scaldarci dall’inverno, i viaggi fatti per il mondo, le foto stupide sorridendo a diecimila denti, le facce buffe e gli occhi storti, ricordi quel concerto assieme e il tenersi pinna e zampa, e poi l’emozione del corteo, il cercarsi e il perdersi, quei balli sfrenati dentro casa con movimenti antiestetici, quando facemmo l’amore per la prima volta, la passione, l’ardore, il sole di una estate che ci scaldava e ci rendeva felici, il tuo Sud, la mia terra di pastori. Quelle volte che ti addormentavi su di me, e io ti accarezzavo il ciuffo. Quelle volte che solo tu mi capivi. Quelle volte che urlavi forte, capace di rompere i muri. E quelle volte che tornavo a casa con un pensierino per te.
Poi ci allontanammo, io sbagliai mille volte. Ti ferii come mai dovevo fare. Volevo riparare, ma forse era troppo tardi.

E ora ho in petto un amore che arde su ceneri e braci, ma la fiamma non si vede. Eppure tutto è caldo, bollente. Questa brace che non si spegne mai. E più tira il vento e più continua a rimanere viva.

Le giornate passano tra ombrelli portati a spasso quando fuori c’è il sole che scotta e la camicetta fresca quando in giro c’è solo vento e pioggia. Così, fuoriluogo, fuoritempo e senza senso.

Ciò che sento, mia amata, è una musica sinuosa che mi fa ballare in alto tra le nuvole, a rincorrere lo zucchero filato ascoltando un quartetto di strumentisti cubani. Ballo e sogno, sogno e ballo, ma è come se mi mancasse il pezzo più importante. Che senza quello come cazzo si fa a sognare e ballare. Il femore. Ora tu dirai, che sono matto. Beh, si, sicuramente lo sono. In fondo sono un’orca che si è innamorata di una pinguina. Ma come fa uno a ballare senza femore? E’ difficile eh. Provaci. Devi costruirti una corazza, un qualcosa che ti sorregga. Altrimenti cadi. E prova a sognare senza femore. Come fai a progettare grandi cose, a dare tutto te stesso se ti manca un osso, un punto d’appoggio, un fulcro.
Tu sei il mio femore. Lo so, non è la cosa più dolce che dovrei dirti, ma credo che dopo tutto questo tempo, possiamo fottercene della dolcezza e posso scriverti ciò che davvero sento, provo per te.

Come ti dicevo prima, questo amore non s’aveva da fare. Io sono un’orca, forse sarò bello fuori ma dentro c’è un casino. Sembro aggraziato, sinuoso, in verità sono un catorcio ciccione. E poi vogliamo parlare dei miei denti? Sono un super predatore, gigantesco, eppure ho dei dentini piccoli piccoli. Contraddizioni. Questo sono, una contraddizione vivente. Tu invece, sei così goffa, cosi criptica. Non si capisce se ridi o piangi, se cammini o corri, se saltelli o scivoli. Talvolta caschi a terra, inciampi su chissà cosa. Però sei forte. Resisti a tutto e tutti. E sai amare. Nonostante tu continui a dire il contrario. Sai amare come solo una pinguina sa fare.

E il nostro amore è nato lì, una pinguina stilosa che inciampava e un’orca enorme ma con denti minuti, davanti una stazione di treni, con la gente che andava e veniva, partiva e rientrava. E noi lì. A tenerci vicini l’uno l’altro. Per tutti questi anni.

E ora che io nuoto in un oceano senza te e tu chissà in quale marciapiedi inciampi, l’unica cosa che mi viene da scriverti è che mai fu amore così grande in vita mia, mai fu cosi’ forte, mai fu così caldo, mai fu cosi’ ribelle, mai fu così bello, mai fu così pieno.
Che poi, alla fine, a pensarci bene, lo so perché ci siamo innamorati. Tu eri pinguina, bianca e nera. Io ero orca, bianca e nera. Possono pure passare anni, ma avremo sempre qualcosa di bianco e qualcosa di nero. Entrambi.

Fanculo, che amore grande.


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *