L’emozione è tanta. Tantissima.
A pranzo mangio di fretta, veloce, e senza nemmeno dare troppa attenzione a ciò che ordino in trattoria. Pago, saluto con un sorriso gentile e corro nella via. Alle 14.30 voglio essere in piazza. Le Madres iniziano alle 15 la loro manifestazione. Ed è cosi’ che, a passi svelti, percorro quei 700 metri che mi dividono dalla piazza centrale di Buenos Aires , con il cuore in gola. Se sono qui in latinoamerica, se sono qui in Argentina, un pezzetto di tutto questo pazzo viaggio, di questa strana storia, lo devo a queste donne.
Alle Madres de Plaza de Mayo.

La loro storia inizia nel 1977. In Argentina c’era la dittatura militare di Videla, una dittatura efferata, terribile, spietata. Videla e i suoi militari iniziarono a reprimere, uccidere e far sparire migliaia di dissidenti politici, semplici cittadini contrari alla dittatura e addirittura famiglie intere. Si ritiene che tra il 1976 e il 1983 in  Argentina, sotto il regime della Giunta militare, siano scomparsi fino a 30.000 dissidenti o sospettati su 40.000 vittime totali. Le modalità di sequestro e di sparizione delle vittime della repressione fu ideata per perseguire due obiettivi: il primo era quello di evitare quanto verificatosi a seguito del Golpe Cileno del 1973,che aveva portato al potere la Giunta militare comandata da Pinochet, da dove le immagini della prigionia dei dissidenti nello stadio a Santiago avevano fatto il giro del mondo, sollevando l’indignazione e l’interessamento delle associazioni per la difesa dei diritti umani; l’assoluta segretezza degli arresti viceversa garantì per lungo tempo al regime militare argentino una sorta di “invisibilità” agli occhi del mondo; dovettero passare infatti almeno 4 o 5 anni dall’inizio della dittatura prima che all’estero si iniziasse ad avere una percezione esatta di quanto stesse accadendo in Argentina. Il secondo era quello di terrorizzare la popolazione, attraverso la mancata diffusione di notizie in merito alla sorte degli arrestati, limitando in questo modo fortemente non solo ogni possibile dissenso al regime ma anche la semplice richiesta di notizie da parte dei parenti.

Gli arresti avvenivano molto spesso con modalità da “rapimenti”: squadre non ufficiali di militari arrivavano con una Ford Falcon verde scuro senza targa, la cui sola vista suscitava il terrore, e piombavano nelle case in piena notte, sequestrando a volte intere famiglie. L’assoluto mistero sulla sorte degli arrestati fece sì che le stesse famiglie delle vittime tacessero per paura. La conseguenza di queste modalità fu che nella stessa Argentina per lungo tempo il fenomeno rimase taciuto, oltre che totalmente ignorato nel resto del mondo. Una volta arrestate, le vittime erano rinchiuse in luoghi segreti di detenzione, senza alcun processo, quasi sempre torturate, a volte per mesi.
Furono uccisi studenti e studentesse, professori, madri incinta.

La denuncia e la scoperta degli orrori avvenuti in Argentina durante il regime militare si deve in grande parte all’azione delle Madres de Plaza de Mayo.

Arrivo, finalmente in Piazza e gli attivisti e le attiviste sono già li a montare gazebo, bandiere. Mi avvicino. C’è una delle Madres intenta a sistemare i panuelos (un fazzoletto bianco annodato sulla testa, che è il loro simbolo di protesta che in origine era costituito dal primo pannolino, di tela, utilizzato per i loro figli neonati). Con grande rispetto e un po di titubanza mi avvicino e la saluto.
Buongiorno, mi chiamo Luca, sono un ragazzo italiano, volevo dirle che sono molto emozionato di essere qui, per la prima volta, di conoscerla. Grazie per il vostro coraggio, per la vostra dignità. Per la vostra lotta senza fine.
Questo, è quello che avrei voluto dirle. Ma mi sono fermato a –Mi chiamo Luca– .
E invece , Mirta, così si chiama, 93 anni, mi saluta con una carezza sul viso e io rimango immobile come un deficiente, con l’occhio lucido e il cuore a mille. Mi dice qualcosa in spagnolo, che io ovviamente non capisco, parlandomi per 10 minuti che a me sembrano mille ore, e continuo a guardarla con un sorriso che mi attraversa il viso, squarciandomi di netto. Ogni tanto annuisco, lei si blocca e continua il suo racconto. Nei suoi occhi trovo una forza mai vista prima, una dignità immane. I suoi occhi si muovono, senza mai fermarsi, sono veloci e incalzanti, teneri e determinati. Le rughe, le mani tremolanti, il panuelo sulla testa, sono solo corazze per combattere.

Le Madres, dal 1977, tutti i giovedi si riuniscono qui, davanti alla Casa Rosada, per chiedere la restituzione in vita dei loro figli, per chiedere verità e giustizia. Hanno lottato, lottano e lotteranno perchè la dittatura non torni mai più. Sono attente ai temi dei diritti degli indigeni e delle popolazioni oppresse in generale. Una sorta di  “socializzazione della maternità” di cui sono state protagoniste, riconoscono ed aborrono le ingiustizie ovunque queste abbiano luogo.

Alle 15.30 il cuore dell’Argentina palpita a Plaza de Mayo. Una dopo l’altra, le madri arrivano. C’è chi si aggrappa al bastone, chi al braccio di un nipote affettuoso. Chi addirittura si fa strada con la sedia a rotelle. In alcune, come Nora de Cortiñes, a lungo presidente, o in Enriqueta Rodríguez de Maroni, la forza si nasconde in un fisico così esile da sembrare evanescente. Mirta, invece, si distingue per l’andatura fiera: a 93 anni, è ritta e elegante come una trentenne. «Non siamo rimaste in molte – scrive Taty Almeida, una delle colonne del movimento, nel libro-intervista Orfana di figlio (Claudiana) –. Ci sono madri che non possono più camminare però non ho sentito nessuna dire: ‘Adesso mi voglio lasciar morire’. No! Combattono tutte per continuare in qualsiasi modo a vivere e a lottare».

Con il ritorno della democrazia il movimento s’è diviso in due rami: Madre de Plaza de Mayo e Madres de Plaza de Mayo-Linea Fundadora. Tempo e lacerazioni, però, non hanno scalfito la forza inarrestabile della loro marcia silenziosa. Così la descrive Massimo Carlotto in Le irregolari (E/O): «Si respirava un’atmosfera particolare, densa, quasi palpabile, struggente, devastante e irreale allo stesso tempo. Poi capii: l’intensità dell’amore con cui le madri pensavano ai loro figli scomparsi li rendeva in qualche modo presenti». È quell’amore a rendere la lotta delle madri non un residuo del passato ma un seme di futuro. «Hanno vissuto il dolore più lancinante: la perdita di un figlio – spiega Cecilia Vincenti –. Sole e chiuse ciascuna nella propria sofferenza, erano destinate a soccombere. Nel pianto comune e collettivo, hanno imparato a moltiplicare l’amore, a renderlo forte, riversandolo su tutti i ragazzi desaparecidos, fino a renderlo più invincibile». L’amore ha dato alle Madres la forza di andare avanti. E di lottare per la memoria, la verità e la giustizia, in Argentina come in ogni altra parte del mondo. Perché – come amano ripetere – «le lotte per il bene non sono mai perse. La sconfitta è restare inermi».

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1 commento

Ivano Della Giustina · 19 Dicembre 2019 alle 20:28

Bravo Luca, bello quello che scrivi e mi chiedo come fai a trovare il tempo per scrivere ogni giorno, che comunque è l’ unico modo per essere spontanei e veri.

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