Non smetto di meravigliarmi.

Cammino lento tra le vie della città e mi perdo tra i colori dei muri delle case e il miagolio dei gatti stesi al sole quasi come panni ad asciugarsi. Mi volto indietro e vedo il mare, tacito, immobile e azzurro. E un suono di chitarre si mescola alle voci degli ambulanti di strada, che con la loro cantilena ammaliano i passanti. Un carro funebre scorazza nella avenida principale con un corteo fatto di auto che strombazzano clacson a festa. E una ragazza cilena mi guarda, da lontano, mentre fuma una sigaretta arancione. La musica, poco alla volta, riempie la strada, tra verdure e cassette di frutta, e vecchi barboni che ballano cumbia cadendo rovinosamente e sempre a terra.

Non smetto di meravigliarmi.

Il corteo inizia puntuale, tra cori e abbracci, sguardi complici e bandiere sventolanti. Ma dura poco perché in piazza la polizia carica violentemente, usando gas lacrimógeno e idranti. La risposta non tarda ad arrivare, con migliaia che si riversano nelle viuzze attorno, lanciando pietre e tutto ciò che possono. Una sfida insormontabile insomma. Poliziotti preparati, armati con mitra e pistole, mezzi corazzati, con gas lacrimogeni altamente tossici e cannoni ad acqua chimica, contro ragazze e ragazzi con in mano solo una pietra rudimentale. Eppure dopo tre ore di battaglia, la polizia di ritira, e la gente balla nella piazza centrale. Che da luogo di battaglia diventa luogo romantico, dove le coppie si baciano, si accarezzano, si prendono uno cura dell’altro. Mentre poco più lontano, una piccola banda di persone saccheggia una banca.

Non smetto di meravigliarmi.

Seduto sul porto, sei leoni marini. Qualche gabbiano e una decina di pellicani rumorosi. Una donna si siede vicino a me senza parlare. Non dice assolutamente nulla e ha una borsa gialla. Tira fuori un flauto. E inizia a suonare melodie resistenti e dolci. Mi innamoro in un attimo, mentre, nel frattempo un leone marino si è lanciato in acqua, goffamente. La luce è poca, il tramonto sta per iniziare e un gruppetto di ragazzine irrompe con un mini stereo ascoltando trap cilena. Il flauto smette di suonare. La donna saluta il mare, mi sorride. Bacia sulla fronte una delle ragazze. E sparisce dietro il crepuscolo.

Non smetto di meravigliarmi.

L’odore acre dei lacrimogeni. Tutti i santi giorni. Sale alto nelle colline di Valparaíso. Le persone appaiono abituate a bere birrette e vino, con l’aria che diventa sempre più irrespirabile. Mentre i gestori dei locali sono stufi e inveiscono contro la polizia. È una lotta anche questa. Respirare aria in pace. Poter lavorare in pace. Potersi divertire, fare l’amore, parlare, discutere, ridere in pace. E allora anche chi non manifesta, a Valparaíso, sta con i manifestanti. Li supporta, li aiuta. Da loro un riparo quando la polizia cilena carica. Una ragazza cade a terra. Da ristorante dietro Piazza Sotomayor esce una signora, una garzona che lavora lì. L’aiuta ad alzarsi, con dolcezza e la invita ad entrare nel ristorante per riprendersi dal gas lacrimógeno e dalla caduta. La polizia arriva. La signora esce nuovamente affrontando sola 4 celerini. Non so cosa dice, non capisce. Ma punta l’indice contro di loro. E mentre tutti vedono l’indice, io in lei vedo solo tanta dignità, tanta umanità.

Non smetto di meravigliarmi.

Prendi l’ascensore, scendi dalla collina, sali di nuovo. Siediti al bivio. Murales, murales, murales ovunque. Javiera ha male al piede e bisogna che si curi. Si metta almeno un cerotto. Chissà come si è procurata quella ferita. È artista, attivista femminista, cantante. È qui per un corso di marionette. Vuole fare spettacoli in strada. Nel frattempo lotta da tre mesi, assieme alle sue compagne e ai suoi compagni per provare a trasformare il Cile in un paese migliore, più giusto, per tutti e tutte. Ha occhi grandi e mani piccole. E un sorriso contagioso. Passa il suo tempo a lavorare con la marionetta che sta costruendo, a raccontarmi dell’importanza di continuare la lotta in Cile, senza arretrare di un centimetro. E in lei vedo solo un fuoco che arde, che mai si spegne. È stanca. Dorme poco. Ha addosso quasi sempre gli stessi vestiti. Eppure è libera. È libera, forte, bella, determinata, felice.

Non smetto di meravigliarmi.

Nella spiaggia c’è tanto vento e il mare sembra un po incazzato. Non si può fermare, non si possono bloccare le onde. Un bimbo abbraccia forte il papà. Che lo invita a farsi il bagno. Mano per la mano si avvicinano all’acqua, fredda e tumultuosa. Si lanciano in un secondo. Sorrisi. Grida. La tenerezza del papà è straripante e contagiosa. E mentre, da lontano, una coppia di ragazzi camminano mano per la mano sul bagnasciuga, io mi mangio l’ennesima empanada di carne soave della giornata. A decine fanno surf. Il sole appare delicato ma mi brucia la pelle e divento rosso. Il bambino corre ad asciugarsi tra le braccia della mamma, zampettando nella sabbia nera vulcanica. E io mi alzo, perché ho ancora fame. Quasi quasi l’ennesima empanada.

Non smetto di meravigliarmi.

Perché Valparaíso è così. Una tenaglia che ti stringe forte ad ogni centimetro di strada, per ogni persona incontrata, per ogni barricata infuocata e per ogni goccia di acqua di oceano. Valparaíso è colore, vita, sogno. Valparaíso resiste al dominio della velocità con la sua lentezza, della perfezione con le sue imperfezioni, resiste al pulito con l’elogio dello sporco, resiste al vuoto riempiendo le vie con solidarietà, umanità e tumulto. Valparaíso rilancia con determinazione un ideale di esistenza altro, con l’amore che vince sempre, su tutto, e dove la collettività è parte fondante di questo amore. O ci si ama tutti, o l’amore non sarà per nessuno. Perché a Valparaíso non si smette mai di meravigliarsi.

Perché solo continuando a meravigliarsi, ci si sente vivi. Vivi per davvero.



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